Sogno e colore nel tratto di Mirò

Bologna – Sinuose ed eleganti come gli ideogrammi giapponesi, vitali e forti come la natura di cui amava circondarsi, questo è quello che emerge osservando le opere della maturità di Mirò.

Opere coloratissime ed essenziali, frutto delle sue sperimentazioni all’interno delle correnti artistiche del Novecento (dadaiste, surrealiste ed espressioniste) e soprattutto del suo spirito di osservazione che non mancava di emergere durante i viaggi; come quello intrapreso tra Tokyo e Kyoto nel 1966 in occasione di una retrospettiva a lui dedicata, dove ebbe modo di entrare in contatto con la cultura Zen e osservare da vicino i gesti dei maestri calligrafi, rimanendo affascinato dal potere delle poesie Haiku.

Influenze che ritroviamo e percepiamo osservando i suoi dipinti, riscoprendo tutto il calore e l’allegria derivante dalle sue origini spagnole, un tratto inconfondibile il suo, citato anche nella famosa canzone di Gianna Nannini “I Maschi”, che lo ha consegnato al mondo delle opere da collezione.

Oggi queste opere, circa 130 di cui 100 oli, sono esposte nella mostra Mirò! Sogno e colore presso Palazzo Albergati a Bologna, fino al 17 Settembre prossimo, grazie al prestito concesso dalla Fondazione Pilar e Joan Mirò di Maiorca diretta da Francisco Copado Carralero.

Organizzata dal curatore scientifico Pilar Baos Rodríguez, questa mostra, che è stata dedicata alla memoria dell’artista e scultore bolognese Camillo Bersani che ha trasformato Palazzo Albergati in un centro espositivo, si compone di cinque sezioni cronologiche che affrontano le varie sperimentazioni dell’artista affiancando ad esse gli eventi che hanno segnato l’ultimo periodo di vita di Mirò.

Si parte dalla sezione Radici che raggruppa una serie di opere relative al periodo in cui decise di prendere fissa dimora presso Palma di Maiorca dove, immerso nella natura e nella pace di un ambiente lontano dalla frenesia della incalzante globalizzazione, riusciva a dedicarsi meglio alle sue creazioni. Il connubio tra natura e pace favorisce una certa riflessione spirituale, lo riporta in un certo senso ad un maggiore contatto con il primordiale, tutto ciò si riflette nelle sue opere che presentano colori brillanti e luminosi, ma anche molto essenziali che ricordano le primitive pitture preistoriche dei Maoi dell’Isola di Pasqua o l’arte pre colombiana, da cui fu affascinato. Un ulteriore tratto distintivo della pittura di Mirò si può rinvenire nella frammentazione dell’immagine e nell’accostamento di colori facilmente riconducibile alla sua ammirazione per l’opera dell’architetto spagnolo Antonio Gaudì.

La seconda sezione di questa esposizione è dedicata alle Principali influenze artistiche di Mirò, opere assolutamente nuove piene di influenze stilistiche americane, come le gocce di pittura irruvidite o diluite, una nuova forma di linguaggio visivo che si ispira anche alla poesia orientale fatta di ideogrammi.

La terza sezione, Maiorca. Gli ambienti in cui creava, qui sono raccolte le tele non finite, che nei momenti di piena frenesia dipingeva nello studio progettato dal suo amico architetto Josep Lluis Sert ha progettato, ma ritroviamo anche sculture monumentali e opere più grandi frutto del suo spirito creativo che lo portava a sperimentare sempre, prendendo spunto da tutto ciò che trovava, ritagli di giornale, cartoline, conchiglie, graffiti, pittura rupestre, sassi, statuette di arte popolare. Tutto poteva essere rielaborato dalla mente viva e geniale di Mirò nell’isolamento di Son Boter, la casa di campagna maiorchina del settecento, dove si stabilì nel 1956 creando quelle figure fantastiche, ibride, che conosciamo come “mostri”.

Da qui ci si sposta nella quarta sezione, La metamorfosi plastica, si osservano le sperimentazioni artistiche di Mirò, del periodo che va dal 1956 al 1981, sono opere ricche di commistioni dovute alla interruzione dell’arte pittorica a favore delle sperimentazioni con l’uso della ceramica, della litografia e dell’incisione. Queste opere saltano all’occhio per la grande varietà di procedure tecniche (collages, grafica, macchie, chiodi), che danno una nuova linfa e un cambiamento radicale allo stile pittorico di Mirò, rendono i suoi lavori più liberi, più plastici e pieni di vibrante forza.

L’ultima sezione, Vocabolario di forme, raccoglie le opere degli ultimi anni di vita dell’artista, da queste opere emerge un ritorno all’essenziale, alla semplicità, i colori diminuiscono ed il linguaggio espressivo si sofferma sull’universo di stelle, figure femminili, figure falliche, opere ibride fatte di teste, occhi o uccelli. Insomma l’argomento più importante ora è rappresentato dalla natura, dalla magia del cosmo, desiderato ma irraggiungibile, così gli uccelli sopperiscono rappresentando libertà, e un ponte tra la terra e l’universo, mentre la figura femminile rappresenta un primitivo legame con la vita, che nelle sue varie espressioni può essere erotica e a volte inquietante o violenta.

Il lavoro portato avanti da Joan Mirò, che diede vita al Surrealismo con le sue sperimentazioni e suoi nuovi codici linguistici, per l’arte del XXI secolo ha rappresentato un notevole stimolo, che ritroveremo in modo particolare nelle generazioni future di pittori, scultori e incisori di tutto il mondo. L’esposizione, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia, è corredata da catalogo edito da Skira.

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