Non è un paese per giovani (Film, 2017)

La cosa più assurda del film di Giovanni Veronesi è che prende a prestito il titolo della trasmissione radiofonica più irritante degli ultimi vent’anni: Non è un paese per giovani. Ricordo ancora che quando partiva la sigla, cambiavo canale, perché sentire Veronesi e Cervelli pontificare sui massimi sistemi non era proprio il massimo.

Parliamo di cinema, comunque, sempre che questo sia cinema, ma visto che sono entrato in una sala buia con un grande schermo…Veronesi – dimentico di aver scritto stupende sceneggiature per Nuti – continua la sua personale discesa verso gli inferi, iniziata con i vari Manuale d’amore, proseguita con Italians, Genitori & figli e ribadita con Una donna per amica. Nei suoi panni farei lo stesso, visto che il pubblico lo segue e il Ministero concede contributi a film che ritiene d’interesse culturale. Non è un paese per giovani, in ogni caso, è il punto più basso toccato dal regista pratese, forse uno dei peggiori film italiani degli ultimi anni, ambientato in una Cuba da cartolina dove tutti sembrano praticare il pugilato clandestino, la gente è triste e non balla mai, a parte scatenarsi al ritmo di un’orribile musica da discoteca.

La storia racconta le vicende di Sandro (Scicchitano) e Luciano (Anzaldo) camerieri in fuga verso Cuba, perché in Italia non si può vivere e non c’è lavoro. E allora tentiamo l’avventura di aprire un ristorantino sul mare ai Caraibi, munito di connessione wi-fi, sfruttando il vento del cambiamento. La fiera del luogo comune. Sandro è un aspirante scrittore, lascia una fidanzata che trova lavoro per Google, incontra Nora (Serraiocco), una sciroccata italiana che è rimasta a Cuba, finisce per innamorarsi di lei e per scrivere il romanzo della sua vita. Pure il padre (Rubini) lo raggiunge per aiutarlo a gestire il ristorante, mentre l’amico Luciano si perde tra droga e incontri clandestini che lo riduco a una larva umana.

Tutto sa di già visto e di già detto. Persino Angelo Longoni, aiutato da Gassman e Tognazzi junior, aveva fatto di meglio nel comico e senza pretese Facciamo fiesta, addirittura Dario Baldi, dirigendo Brignano nell’orribile Faccio un salto all’Avana aveva tratteggiato un quadro più veritiero della società cubana. Sì, perché qui le pretese sono altissime ma finiscono per essere disattese con leggerezza, faciloneria e superficialità. Veronesi vorrebbe mettere l’indice sul problema dei giovani in fuga da una terra che non è fatta per loro, ma scrive una storia esile e sfilacciata che non serve a dimostrare niente, non diverte e non fa pensare. Il povero critico resta esterrefatto di fronte a chi classifica come drammatico questo film, ma anche scrivere che siamo di fronte a una commedia è dura. Genere indefinibile è la mia scelta.

Da salvare Rubini e Frassica – attori straordinari – che ci regalano alcuni momenti di grande comicità teatrale. Troppo poco per consigliare la visione di un film inutile e irritante, tra l’altro carente sul piano dell’interpretazione da parte dei tre attori principali. Fotografia ottima di Tani Canevari che fa rifulgere Cuba di colori intensi, con pennellate pastello sul lungomare e tra i vicoli della città vecchia. Buona la colonna sonora dei Negramaro. Tutto il resto è da dimenticare.

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Regia: Giovanni Veronesi. Soggetto e Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ilaria Macchia, Andrea Paolo Massara. Fotografia: Tani Canevari. Musica: Negramaro.  Scenografia: Andrea Castorina. Costumi: Valentina Monticelli. Durata: 105’. Genere: Indefinibile. Interpreti: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo, Sara Serraiocco, Sergio Rubini, Nino Frassica.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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