Giallo malese

Avvelenato da due donne. Teatro della vicenda, l’aeroporto malese di Kuala Lumpur, il 13 febbraio scorso. Ci sono tutti gli ingredienti per una spy story in salsa orientale. La vittima è Kim Jong-nam, nome che ai più dirà ben poco, se non aggiungessimo che si tratta del fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Ex delfino ed ex erede al trono del “caro leader” Kim Jong-il, il quarantacinquenne assassinato è sempre stato una presenza scomoda per il regime di Pyongyang. Il suo omicidio andrebbe a fare il paio con un’altra eliminazione eccellente, che risale al 2013, in seno alla famiglia Kim, monopolista del potere in Nord Corea da oltre 70 anni: Jang Song-thaek, zio e mentore dell’attuale dittatore, nonché numero due dell’epoca, fatto giustiziare dall’ingrato nipotino in piena ascesa.

In sintonia con la tradizionale ottica dittatoriale, parrebbe, dunque, continuare la “sfoltita” familiare in stile feudale ordita da Kim Jong-un, tanto per non avere il benché minimo pensiero su possibili aspiranti alla sua leadership. D’altronde, si dice “parenti serpenti” e il nostro, già di suo, non è affatto un personaggio da libro Cuore: non va dimenticato che è stato capace di far fucilare sommariamente due ministri, quello della Difesa, reo di essersi addormentato durante una parata militare, e quello dell’Istruzione, colpevole del medesimo “crimine”  nel corso di una sessione parlamentare da lui presieduta.

Ovviamente, le agenzie di stampa sudcoreane, supportate da fonti ufficiali governative di Seul, sguazzano a ogni nuova “impresa” di Kim Jong-un e, a proposito della morte del fratellastro, avvallano con decisione l’ipotesi di un’azione congegnata da agenti dei servizi segreti di Pyongyang. Nella fattispecie, le due sospettate avrebbero avvicinato l’uomo – in transito per Macao, una delle sue residenze in seguito alla fuga nel 2002 dalla Corea del Nord – in prossimità del terminal low cost dell’aeroporto malese. Dopo averlo afferrato alle spalle, secondo il network televisivo sudcoreano Chosum, gli avrebbero iniettato del veleno. La vittima, accusato immediatamente un forte stordimento, aveva poi chiesto aiuto agli impiegati di un desk. Trasferito su un’autoambulanza, sarebbe spirato prima di arrivare all’ospedale. Nel frattempo, le presunte agenti nordcoreane si dileguavano, facendo perdere le loro tracce.

Ma, il giallo non finisce qui. Dopo l’agguato, la polizia aveva prontamente diffuso l’immagine, ripresa dalle telecamere di sicurezza dell’aeroporto, di una delle sospettate, mentre si accinge a salire su un taxi; a breve distanza di tempo, alcuni giornali nipponici hanno riportato la notizia del decesso, in circostanze ignote, di entrambe le misteriose donne. Evidentemente, qualcuno è stato più veloce delle autorità malesi. Rimane l’arresto di una terza donna di nazionalità vietnamita, su cui grava l’ipotesi di un coinvolgimento. Gli inquirenti stanno indirizzando le ricerche anche su altre persone, tutte straniere; ai medici legali, invece, il compito, in queste ore, di accertare la reale identità del cadavere, provvisoriamente noto – in base ai documenti personali di riconoscimento – come Kim Cholid, ma indicato dalle autorità sudcoreane quale fratellastro maggiore di Kim Jong-un, sulla cui testa il regime aveva appeso un “ordine permanente” di morte.

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