Cronache dai Palazzi

La Consulta ha tirato le somme a proposito di Italicum, rendendo note le motivazioni della bocciatura, o meglio della decapitazione. La nuova legge elettorale elaborata dal precedente governo è stata in effetti privata di alcuni caratteri, come il ballottaggio e la possibilità dei capilista eletti in più collegi di prediligerne uno, decidendo di conseguenza la nomina di altri deputati. La Consulta ha quindi suggerito il metodo del sorteggio, qualora un candidato vincesse come capolista in più zone, anche se il Parlamento potrà, anzi dovrà, stabilire altri criteri, ad esempio che al candidato sia affidato il collegio dove ha preso più voti o quello dove risiede.

A proposito di leggi diverse per eleggere deputati e senatori – ciò che non è impossibile – viene inoltre ricordato che la Carta costituzionale “esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.

Il ballottaggio – per cui il primo partito avrebbe preso la maggioranza assoluta dei seggi a Montecitorio, senza quorum di partecipazione, né tantomeno una soglia minima da raggiungere – è stato ritenuto incostituzionale, in quanto “una lista può accedervi anche avendo conseguito, al primo turno, un consenso esiguo e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbero conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno”. Si tratterebbe di una vera e propria distorsione dato che risulterebbe violato il principio di uguaglianza attraverso “una sproporzionata divaricazione” tra la composizione della Camera “e la volontà dei cittadini espressa con il voto, principale strumento della sovranità popolare”.

Il secondo turno, infine, non viene considerato illegittimo a prescindere, purché sia spiegato nei minimi termini e rispetti pienamente il principio di rappresentanza. I giudici della Corte, però, prendono le distanze da qualsiasi decisione definitiva e scrivono: “Non potrebbe essere questa Corte a modificare, tramite interventi manipolativi o additivi, le concrete modalità attraverso le quali il premio viene assegnato all’esito del ballottaggio”. Bensì “ciò spetta all’ampia discrezionalità del legislatore al quale il giudice costituzionale, nel rigoroso rispetto dei propri limiti d’intervento, non può sostituirsi”.

Parole lapidarie, cristalline, con le quali viene affidato al Parlamento il compito di fare le scelte definitive, nel rispetto delle regole costituzionali, e quindi rispettando anche la sovranità dei cittadini che votano per scegliere i propri rappresentanti. La medesima scelta discrezionale dei capilista eletti in più collegi non rispetta la legge fondamentale della Repubblica, in quanto “l’opzione arbitraria affida irragionevolmente alla sua decisione il destino del voto di preferenza espresso dall’elettore, determinando una distorsione del suo esito”, sentenzia la Consulta. In pratica, secondo i giudici della Corte, la scelta discrezionale, assicurata al capolista bloccato dall’Italicum, concede al candidato eletto “indirettamente un improprio potere di designazione del rappresentante di un dato collegio elettorale, secondo una logica idonea a condizionare l’effetto utile dei voti di preferenza espressi dagli elettori”. Norma reputata quindi incostituzionale ma, anche su questo punto, la Consulta preferisce non dare delle soluzioni definitive, bensì “appartiene con evidenza alla responsabilità del legislatore sostituire tale criterio con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà degli elettori”.

Il premio di maggioranza al primo turno è stato invece considerato legittimo, in quanto subordinato a “una soglia di sbarramento non irragionevolmente elevata, che non determina, di per sé una sproporzionata distorsione della rappresentatività dell’organo elettivo”. In pratica il 40 per cento dei voti per ottenere il 55 per cento dei seggi. Inoltre, scrive la Corte, “se il premio ha lo scopo di assicurare l’esistenza di una maggioranza, una ragionevole soglia di sbarramento può a sua volta contribuire allo scopo do non ostacolarne la formazione”.

Da questo momento il Parlamento dovrà lavorare per elaborare una legge elettorale a prova di Paese. Per quanto riguarda la disparità di sistemi tra Camera e Senato, inoltre, la Corte ha puntualizzato che “i sistemi adottati (Italicum alla Camera e il proporzionale Consultellum al Senato, con sbarramento e privo di premio, ndr) per sé differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze omogenee”.

In definitiva, alla luce delle motivazioni espresse dalla Consulta, si ridimensiona lo spaccato che si era formato tra il partito del voto (anticipato) e il partito del non voto (elezioni a fine legislatura). “L’atto della Consulta appartiene già al passato”, affermano i renziani; “Appare una cosa vecchia”, ha dichiarato il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani rimarcando, nel contempo, da parte della Corte “l’invito al Parlamento ad intervenire” anche perché “le diverse soglie di sbarramento tra Camera e Senato possono compromettere il corretto funzionamento del governo”. In definitiva “c’è una spinta ad omogeneizzare le due diverse leggi elettorali”, sottolinea Romani. Una considerazione ripresa anche da Angelino Alfano e dai centristi che reputano “impensabile mantenere uno sbarramento dell’8% al Senato e uno del 3% alla Camera, per di più con due diverse platee elettorali”. In questo modo “c’è il rischio di due maggioranze diverse”.

Da più fronti proviene l’altolà al voto anticipato. Anche dall’interno del Pd, dove la “lettera dei quaranta” mette in guardia tutti – compresi i renziani –  in attesa della prossima direzione di lunedì 13. Nel frattempo Matteo Renzi, segretario del Partito democratico, lancia un messaggio che sembra essere quasi un avvertimento: “La minoranza deve decidere o si va a votare, o si fa il congresso”. E intanto sul web impazza il tweet con tanto di hashtag: #famostocongresso. La minoranza dem non sembra però gradire una tale accelerazione e dichiara di non volere “primarie farsa come plebiscito per il capo”.

Nel Pd in pratica è un gioco a ping pong tra voto a giugno e congresso nel più breve tempo possibile. Anche se i due eventi non si escludono a vicenda. La vera questione è che le posizioni non tendono all’unità e il partito rischia di mostrare le proprie crepe, invece di saldarle. In un’intervista all’Huffington, anche il Guardasigilli, Andrea Orlando, (già ministro della Giustizia nel governo Renzi) sembra prendere le distanze dall’ex premier Renzi: “Il congresso?, Non è la priorità”.

“Il punto non è cambiare figurine, ma cambiare linea politica”, afferma a sua volta Roberto Speranza che insieme a Pier Luigi Bersani ha riunisce a Montecitorio un centinaio tra eurodeputati, parlamentari e amministratori locali. “Il voto a giugno? – prosegue Speranza – non possiamo essere il partito dell’avventura”. La mediazione proposta dalla direzione di Largo del Nazareno sarebbe premio di coalizione e voto a giugno, ma l’accordo non è a portata di mano.

Nel frattempo il premier Paolo Gentiloni vola a Londra per incontrare Theresa May a Downing Street, accompagnato dalla convinzione di essere al timone di un esecutivo “stabile con il pieno appoggio del Parlamento”. Paolo Gentiloni prende in considerazione due travolgenti fenomeni di politica internazionale degli ultimi mesi, Brexit e Trump, esponendo un ragionamento chiaro ed efficace nella sintesi: si tratta di una duplice”wake up call”, una duplice sveglia che deve mutare in “una grande opportunità”, anche per ricomporre i tasselli dell’Unione europea, essere più “creativi” nell’elaborare strategie di crescita e per smussare gli angoli della burocrazia. “Dipende solo da noi”, ha sottolineato il nostro premier, dai leader europei e dai progetti che decideranno di mettere a punto. La Brexit, infine, non deve essere materia di divisione, bensì deve fare spazio ad un riposizionamento reciproco fra Roma e l’isola Britannica, dove tra l’altro vi sono 500 mila italiani che nel Regno Unito vivono e lavorano. May e Gentiloni hanno quindi ricompattato le posizioni dei rispettivi governi, rinnovando la collaborazione a proposito di alcuni interessi politici comuni come il pattugliamento delle rotte della migrazione clandestina, la Libia e la lotta al terrorismo.

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