A colloquio con Andrea Goldstein di Nomisma

Laureato alla Bocconi, esperto di paesi in via di sviluppo, già Senior Economist all’OCSE e membro di numerosi altri organismi internazionali, Andrea Goldstein è ora Managing Director (Policy Research Outreach) in Nomisma. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

È stato giustamente rilevato che l’aumento delle esportazioni derivante dal calo del cambio non è sufficiente ad innescare la ripresa e che servono riforme strutturali, ritiene che il jobs act sia stato fatto in maniera intelligente o si sarebbero potute fare cose migliori?

Come giustamente lei dice non è sufficiente da una dinamica positiva del made in Italy sui mercati internazionali,  questo è evidente ed è confermato in questa fase dalla ripresa della domanda interna. Le esportazioni sono una forza dell’Italia e gli ultimi dati sui distretti sono tutti positivi , continuano a crescere in modo impetuoso stanno riaggiustandosi verso gli Stati Uniti in un momento di rallentamento del mercato cinese e russo, ci sono settori che stanno spingendo, la mozzarella di bufala di Caserta sta vivendo un boom, il prosecco è un’altra storia interessante e se ne potrebbero trovare tante altre. Ci sono vari motivi congiunturali come la svalutazione o il deprezzamento dell’euro sia per una forma più robusta di competitività del sistema manifatturiero ed agro-alimentare. A questo punto è ovvio che a questo punto perché tutto si consolidi c’è bisogno di un aumento della domanda interna, questo trend si vede sui consumi di beni strutturali e durevoli.

C’è chi dice che si era toccato il fondo e si poteva solo aumentare.

No, c’è un aumento della domanda di credito, ci sono studi che dimostrano come il bonus degli 80 euro è andato, almeno in parte, in consumi.

Andrea Fumagalli quando lo intervistai pronosticò che il jobs act avrebbe spostato forza lavoro dal tempo determinato all’indeterminato, ma non avrebbe portato a nuove assunzioni, i dati Istat hanno poi confermato questo spegnendo di parecchio i toni trionfalistici del governo, ritiene esatta questa valutazione?

Il jobs act sta dando i primi risultati, non ci si può aspettare dal jobs act la soluzione a tutti i problemi, fondamentale è la domanda, se non riparte questa non riparte il lavoro e quindi l’occupazione. Ovviamente tutto questo succede meglio quando le condizioni del mercato del lavoro sono più favorevoli. E’ vero che stiamo parlando di pochi mesi, il jobs act è in atto da luglio-agosto, è troppo presto per fare valutazioni. E’ ovvio che le imprese non hanno assunto prima del jobs act, stanno aspettando. Sicuramente siamo di fronte ancora ad una disoccupazione molto alta, siamo al 12%, non parliamo della giovanile ed è molto alta la femminile e quella meridionale. Stiamo vivendo da tanti anni un nuovo divaricamento del processo di convergenza, il sud sta soffrendo di più, quindi la disoccupazione rimane alta, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro rimane insufficiente e più basso rispetto a quello degli altri paesi soprattutto di quelli del nord, quindi ci sono grosse differenze territoriali. Detto questo direi che è ancora presto appunto, vedremo se i segni che adesso sono di pochi punti decimali si confermano e arrivassimo a fine con un tasso di disoccupazione del 10,5 o anche 10% sarebbe un segno.

C’è una diatriba tra Commissione Europea e Governo italiano su dove tagliare le tasse, mentre la Commissione preferirebbe il taglio delle imposte sul lavoro, il Governo preferisce incidere su quelle relative alla casa, anche Bankitalia ha espresso le stesse perplessità, quale ritiene sia o sarebbe la scelta migliore?

Io penso che sia meglio tagliare quelle sul lavoro, primo perché ha un effetto più immediato, due perché è più equo, sarebbe meglio giocare su questo piuttosto che fare polemiche su castelli e cose del genere. Sulla casa sarebbe meglio incidere sui costi notarili e piuttosto agire sul fronte delle tasse sulle transazioni. Sarebbe meglio creare un mercato dei valori mobiliari e fare sì che gli italiani investano nelle aziende piuttosto che nelle case.

La sua previsione di una crescita globale dell’economia di un 3% annuo fino al 2030 come si concilia con la previsione italiana di non arrivare nemmeno al 1%? La forbice tra noi ed il resto dei paesi industrializzati è quindi destinata ad ampliarsi?

L’Italia deve sicuramente crescere di più perché il numero delle persone che vivono qui sta aumentando con gli immigrati, mentre in altri paesi dell’est asiatico ad esempio sta diminuendo. Più gente vuol dire più capitali che affluiscono nell’economia e poi ci vuole maggiore efficienza produttiva. L’Italia rimane un’economia che ha perso un poco di vigore negli ultimi anni, ma rimane comunque tra i primi 10-12 del mondo. Bisogna fare attenzione a fare confronti con paesi più piccoli o più poveri che quindi devono crescere di più. La questione fondamentale rimane il capitale umano e quindi la scuola e l’edilizia scolastica e le infrastrutture. L’alta velocità ha fatto sicuramente bene al paese, guardiamo qui a Bologna che all’improvviso  si trova al centro del paese e che ha dimezzato i tempi verso Roma e Milano. Certo bisogna evitare che ci sia il deserto fuori dalle stazioni, migliorare la ricettività dei porti ed aumentare l’efficienza dei mercati. Una misura importante è sicuramente l’accorpamento delle partecipate soprattutto se viene un processo di liberalizzazione dei servizi pubblici. Il capitalismo municipale non serve, la dimensione che serve è sicuramente superiore a quella di un Comune, l’esperienza di Tper in Emilia-Romagna è sicuramente interessante.

Il rimando continuo dell’abbattimento del debito pubblico e quindi calare la massa degli interessi pagati su questo può essere un problema?

Assolutamente, poi sono interessi che in parte vengono pagati a residenti, ma comunque con un effetto distorsivo. Sicuramente si dovrà prevedere un meccanismo di rientro che sia virtuoso tagliando le spese pubbliche improduttive, negli ultimi anni la spesa pubblica diretta è aumentata, è quella in conto capitale che è diminuita. Sono gli investimenti nel futuro che siamo molto bassi, sulla ricerca.

I Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) avevano superato brillantemente diciamo, la crisi economica, ma adesso pare che i loro problemi derivino dalla struttura politica più che da quella economica, vediamo le sanzioni verso la Russia per il caso Ucraina o i guai giudiziari per il governo brasiliano, cosa è lecito aspettarsi nel futuro da questo scenario? I problemi politici potranno influire sullo sviluppo di queste economie?

Siamo di fronte a tre storie molto diverse, l’economia cinese sta vivendo un processo di ristrutturazione e ribilanciamento necessario, si è lasciato apprezzare lo yuan in un’ottica di aumentare il peso dei servizi riducendo la domanda esterna, liberalizzando anche i mercati finanziari. Questo ha avuto effetti negativi anche se gli investimenti lì continuano ad incidere per il 50%, poi si sono inseriti problemi di crediti incagliati e sovra-produzione ed improvvisamente sembra che i cinesi che ci avevano abituato a fare la scelta giusta no sappiano bene quali pesci prendere. La questione invece di Brasile, Russia e Sudafrica è diversa, sono esposte alle materie prime, quindi alla Cina, il cui rallentamento porta con sé una diminuzione dei prezzi delle materie prime. Poi ci sono situazioni politiche difficili, la Russia con le sanzioni, che si è peraltro andata a cercare, in parte il Sudafrica per problemi di governabilità e criminalità, il Brasile per il possibile impeachment del Presidente. Infine c’è l’India che sta vivendo un momento particolarmente favorevole, con un governo riformista che sta dando segnali positivi agli investitori, poi ha un mercato equilibrato dove i servizi pesano molto, poi essendo un paese ancora tipicamente rurale basta che la gente si sposti dalle campagne alla città per aumentare la produttività. Messo tutto assieme la Cina che conta molto di più, un suo rallentamento va ovviamente ad incidere sull’aggregato dei Brics.

Per finire, cosa ne pensa della situazione attuale dell’Europa e cosa cambierebbe nella governance?

Bisognerà arrivare ad un certo punto ad un federalismo molto più spinto con un bilancio unico, un consolidamento degli strumenti di indebitamento europeo, quando questo succederà non lo so, certo che oggi con 27 ministri ed altrettanti calendari elettorali questo è molto complicato e porta a passi avanti e passi indietro come abbiamo visto anche recentemente con le politiche sull’immigrazione. Si sa che ogni governo ha come primo interesse in democrazia di essere rieletto. Abbiamo visto che assegnare ad una entità monocratica la politica monetaria è stata una scelta giusta, ma azzardata in mancanza di una unità fiscale. Abbiamo visto che come nel caso Grecia che i paesi del nord hanno fatto poco per garantire la sicurezza sull’avvenire alla Grecia, ha funzionato con Spagna e Portogallo, ma non in Grecia. E’ mancata la fiducia e la solidarietà verso il paese ellenico.

©Futuro Europa®

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